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Buonismo e cattivismo Il ritardo delle parole

La politica, quello che si chiama il comune sentire, che orienta i flussi elettorali, quelle cose che poi racconteranno i libri di storia, si alimenta di certe piccole infamie lessicali, che non danno soltanto un nome nuovo a una cosa nuova, ma in gran parte la costruiscono...

- 04/08/2016

"Il cattivismo è quindi questo: nient’altro che uno sfogo verbale, un rutto dopo un sorso di coca cola, uno sfoggio di fascistissima durezza fatto da gente che non ha nemmeno il coraggio di essere davvero fascista.
Il cattivismo all’Occidentale è la vera debolezza del nostro mondo ed il nostro vero e solo tallone d’Achille in questa delicata e cruenta partita".

Scrive così Mauro Mercatanti in un recente articolo pubblicato su Q code magazine. Cattivismo. Sicuramente altri avranno utilizzato la parola, anche scrivendola, ma è la prima volta che mi capita di leggerla. Brutta parola, come il suo ben più diffuso contrario, come lo sono in genere gli aggettivi sostantivati, e che appare come una funerea cometa forse in rovinoso ritardo sui tempi della salvezza. Buonismo, cattivismo.

La politica, quello che si chiama il comune sentire, che orienta i flussi elettorali, quelle cose che poi racconteranno i libri di storia, si alimenta di queste piccole infamie lessicali, che non danno soltanto un nome nuovo a una cosa nuova, ma in gran parte la costruiscono, la fanno crescere, le danno una forma, fino a farla assomigliare a un gigantesco uncino al quale appendere i nemici.

Una ventina di anni fa la parola buonismo ha fatto irruzione sul palcoscenico mediatico, rimbalzando da una pagina a uno schermo, dalle sofisticate analisi di Giuliano Ferrara agli sproloqui di Gasparri e La Russa. Dall’uncino di quella parola pendono ancora alcuni esponenti della sinistra italiana, Veltroni fra gli altri. Per un’intera stagione della storia italiana la parola buonismo (da cui l’orrido ‘buonista’) è stata lo sfondo, la tappezzeria che quasi non si vede ma che da il ‘tono’ alla stanza. E il tono, il colore della stanza era quello dei perdenti, degli sfigati, di quelli che non coglievano ‘lo spirito del tempo’.

E infatti sono stati anni in cui gli italiani sono cambiati, dove la disaggregazione politica del blocco democristiano e di quello comunista, l’euforia berlusconiana, la rivoluzione digitale hanno liberato masse di individui in un paesaggio che sembrava radicalmente secolarizzato, piatto, disponibile per moltitudini di solitudini comandate dal mercato e comunicanti attraverso i social. Un paesaggio popolato da eroi cinici, amorali, banalmente cattivi (come ancora poteva scrivere profeticamente Pasolini), che dopo l’11 settembre hanno potuto liberare la loro aggressività sugli scenari mediorientali, dissestandoli e preparando l’apocalittico paesaggio attuale.

I buonisti sono stati sbaragliati e la parola è quasi scomparsa. Oggi nessuno si azzarda a usarla per papa Francesco, anche se i Ferrara e i La Russa fremono di cattolica indignazione per il suo mite cristianesimo che apre le braccia ai disperati e non demonizza l’Islam. Appare invece la parola "cattivismo", che infatti la memoria del mio computer sconosce. C’è da augurarsi che questa nuova mostruosità lessicale cresca in fretta e uncini tutti i terroristi e i guerrafondai, i nazionalisti paranoici, i razzisti che oggi occupano la ribalta. Ma il dubbio, appunto, è che arrivi tardi.

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